Adoro, bomber, maiunagioia e l’abuso di termini della “generazione 20 parole”

comunicazione digitale clarissa cusimano

Non è semplice definire quando tutto questo sia iniziato né delineare perfettamente le dinamiche che hanno portato all’uso improprio e all’abuso di termini italiani o inglesi, tanto pronunciati e digitati dalla cosiddetta “generazione 20 parole“.

Per “generazione 20 parole” si intende un gruppo di adolescenti o di giovani adulti, che, secondo uno studio del 2010 condotto da Tony McEnery, professore di Linguistica alla Lancaster University, sarebbe “in grado” di comunicare mediante l’esclusivo uso di 20 termini. Si tratta dell’utilizzo spropositato di vocaboli come “yeah”, “but”, “no”, “chenzed”, “spong” e “lol”, che avrebbe messo in allarme Jean Gross, consulente del governo britannico per le politiche sulla comunicazione giovanile.

L’impoverimento del vocabolario linguistico, diventato sempre più essenziale negli ultimi anni, è una tendenza assai diffusa anche all’interno del nostro Paese. Il fenomeno non coinvolge, come in passato, coloro che hanno difficoltà a migliorare la qualità del proprio eloquio (e che esagerano con gli “assolutamente” e gli “infatti” per dire “sì” o con i “praticamente” e i “tipo” per spiegare concetti), ma chi introduce volontariamente termini dal dubbio significato al fine di omologarsi a un gergo che ormai confluisce anche nel registro formale.

Più che di un’inclinazione da evitare, si parla di una moda da inseguire e di cui andare assolutamente fieri. Non c’è più spazio per la guerra dei grammar nazi, sostituita da quella di chi, per gioco o per timore di non essere compreso, si abbandona agli abusatissimi “top”, “super”, “fra”, “bella”, “tanta roba” e chi più ne ha più ne metta.

Alcuni dei termini inseriti in maniera più che decontestualizzata sono stati introdotti o ricostituiti da personaggi che hanno acquisito notorietà sul web per la loro attitudine al “trash“. Si tratta di soggetti che spiccano per la loro particolare “ignoranza” e che, nonostante inizialmente suscitino nel pubblico emozioni comprese tra l’ilarità e l’indignazione, finiscono per ispirare coloro che più facilmente si lasciano entusiasmare dalle tendenze.

Prendiamo il caso del termine “bomber“. Se fino a dieci anni fa mi avessero chiesto il significato di questa parola, avrei risposto “il capocannoniere di una squadra di calcio” e anche “un tipo di giubbotto”. Oggi, invece, direi senza dubbio “chi, pur non avendo particolari talenti o meriti, si dà delle arie” e anche “chi emerge in un ambito nonostante non ne abbia le capacità” e infine “termine con cui molti giovani si chiamano ironicamente tra loro”.

“Bomber” è stato sviscerato dal suo significato imposto dall’alto, per assumerne un altro prescritto invece dal basso, in particolar modo dal genere maschile. Chi abusa di questo termine può, per qualche istante, sentirsi parte di un gruppo affiatato e in sintonia, simile a quello degli ultras che intonano un coro fanatico da stadio; chi viene chiamato con questo soprannome, invece, può godersi il suo attimo di gloria.

Soffermiamoci ora su “adoro“. Usato prevalentemente dal genere femminile, questo verbo non è stato ampliato nel suo significato come nel caso di “bomber”, ma ha subito un altro tipo di variazione. Oggi sembra non avere più senso usare il predicato in relazione a un soggetto che compie l’atto di venerare un’entità (sia essa una statua o una persona o una divinità o un’icona), lo ha invece accostarlo pressoché a ogni cosa.

Vedono una cosa che a loro piace? Ecco che dicono: Adoro. Una che fa ridere? Adoro. Il pilates? Adoro. L’insalata greca? Adoro. Gli stivali con le borchie? Adoro. La mostra di Warhol – il lilla della nuova linea della metropolitana – le Baleari? Adoro-Adoro-Adoro. Cit. Corriere della Sera

L’improprio uso di “adoro”, oltre che stucchevole in maniera demoralizzante, è un po’ lo specchio della società consumistica che rivolge l’amore incondizionato unicamente verso i suoi feticci. La religione si orienta ora ai beni materiali, che a differenza del Dio non hanno esigenza di possedere anima e astrazione, e naturalmente non presuppongono la fede e lo sforzo di “credere senza vedere”.

Prendiamo ora il caso di “maiunagioia“. Questa formula, scritta rigorosamente tutta unita e spesso preceduta da un hashtag, è uno slogan entrato di moda nel corso del 2013. A differenza di “bomber” e di “adoro”, il “maiunagioia” ha mutato profondamente le modalità con cui gran parte della società si approccia al web (e non solo…) e ha condizionato in particolare la fascia 17 – 30, rendendola sempre più incline a “fare schifo” e alla “depressione facile”.

Il maiunagioia è ormai un tormentone che riflette uno stato d’animo talmente diffuso, da raccogliere consensi in tutti i settori. La generazione 20 parole si è spostata dal piano linguistico a quello delle emozioni, sentendosi sempre più in diritto di lamentarsi di ogni cosa.

Le discussioni sul tempo meteorologico sono state ampiamente sostituite dalle lamentele sulla sessione estiva d’esami e sull’incapacità di portare a termine un binge watching come si deve. “Facciamo schifo insieme” è uno degli inviti che è più facile sentire nei week end invernali e il senso di “disagio” è il più avvertito da molti esponenti dei Millennials.

Dove ci condurrà il mutamento linguistico dell’era digitale?

Il web con i suoi social networks ha ridotto le distanze degli utenti, favorendo la globalizzazione virtuale e rendendo lo scambio di informazioni sempre più immediato. È proprio a causa di questa “immediatezza a ogni costo” che tra i giovani si diffonde l’uso di abbreviazioni come come “cmq”, “xché”, “tvb”, portate poi all’esasperazione con l’introduzione delle “k”.

Lo scenario, specialmente negli ultimi 6-7 anni, sembra essere profondamente mutato. L’utilizzo delle abbreviazioni, che rispondeva a una necessità ben definita, è stato sostituito dall’introduzione di nuovi termini, i quali, più che da un’esigenza linguistica, hanno origine da un bisogno generazionale, quello di riconoscersi, di omologarsi, di essere parte della folla e di diventare in qualche modo protagonisti di un fenomeno.

Se l’inclinazione all’abbreviazione è stata ampiamente combattuta da chi si faceva paladino della lingua italiana, la disposizione alla nascita di nuovi termini o alla ricontestualizzazione di quelli già esistenti, invece, viene ampiamente cavalcata dai media. Basta vedere, ad esempio, come le ultime campagne pubblicitarie citino la formula trendy “X is the new Y”.

Considerata la rapidità con la quale cambiano le dinamiche del web, non è facile prevedere dove ci condurrà il mutamento linguistico dell’era digitale. Quello che sembra certo è che vi è una tendenza in aumento: la capillare diffusione di termini che, più che il senso pratico, nutrono la comunicazione commerciale.

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